Occhi relativi

Ad un primo sguardo sembra di stare a Berlino, invece ci troviamo nella prima periferia bolognese, e scorrendo con gli occhi il profilo di un imponente edificio dall’architettura solida, nel contempo leggerissima, modulare, alternata di superfici a vetro e a specchio, con un’ampia entrata che domina una spaziosa salita, sì sì, sembra proprio di stare a Berlino. In effetti no. Ma lo sguardo è ingannevole se si ferma alla lettura superficiale senza considerarne il contesto, e allora – in un momento – ci si rende conto di trovarsi sempre a Bologna, in una geografia locale corredata di memoria quotidiana, in un quartiere che mescola palazzoni a piccole casette di chiara matrice popolare postbellica, dove – nel 2013 – la consuetudine del paesaggio è stata sorpresa, interrotta, dall’irruzione del nuovo. Stiamo parlando del MAST- Manifattura di Arti, Sperimentazione e Tecnologia (progettato dallo studio Labics di Maria Claudia Clemente e Francesco Isidori), sede fisica dell’omonima Fondazione no profit, che opera sul nostro territorio come un esperimento di integrazione tra impresa e società. La Fondazione MAST, infatti, sorge accanto alla sede di un noto gruppo industriale emiliano (Coesia), in un complesso multifunzionale destinato ai collaboratori dell’azienda ma aperto anche alla collettività. I servizi di welfare aziendale – Ristorante, Nido, Wellness – si intrecciano ad una solida proposta culturale dal respiro internazionale di fruizione pubblica, attraverso un’approccio cosmopolita che ricalca, appunto, modelli transnazionali. Un luogo che nella sua percezione esteriore si pone come Manifesto, con la scultura site-specific di Anish Kapoor, Old Grey Beam di Mark di Suvero e AMOR di Richard Indiana, o con gli omaggi al suo interno, la Sfera di Arnaldo Pomodoro in Academy (una visitina sarebbe d’obbligo).

Ma torniamo a bomba. In questi ultimi anni, la programmazione del MAST si è focalizzata sul rapporto tra industria e arte, tra tecnologia e pensiero, ospitando retrospettive eccezionali – ricordiamo, per tutte, David Lynch con la sua The Factory Photographs, inaugurata nel 2014 in sua sublime presenza – ma anche tante altre iniziative, a più livelli. Tra queste oggi spicca il MAST Foundation for Photography Grant on Industry and Work, un concorso internazionale (a inviti) a cadenza biennale, con l’obiettivo di dare voce alla ricerca e alla sperimentazione, per captare lo sguardo di nuovi talenti sul mondo dell’industria e del lavoro. E tra i progetti finalisti dell’edizione 2020 del MAST Photography Grant on Industry and Work, a cura di Urs Stahel (visita la mostra online), quello del fotografo finnico Aapo Huhta in Sorrow? Very Unlikely esplora un territorio assai affascinante, dove temi filosofici ed etici si mescolano all’impatto delle intelligenze artificiali nel nostro personale vissuto. In particolare l’artista finlandese ha affrontato i modi in cui l’Intelligenza Artificiale vede e legge le fotografie fatte dall’uomo. Il progetto è costituito da immagini recenti che Huhta ha selezionato dal suo archivio personale e ha fatto interpretare dai programmi di riconoscimento open source, ovvero API Vision di Google e Seeing AI di Microsoft, solitamente utilizzati dagli ipovedenti. Le deduzioni in tempo reale eseguite dalle rispettive AI dei programmi di riconoscimento delle immagini sono state poi trasformate in tracce audio. “Il risultato è un attrito tra immagine e parola, tra mezzo fotografico e nuove tecnologie che solleva quesiti sul ruolo dell’uomo nel futuro scenario produttivo”. (Sotto l’intervista a Aapo Huhta)

Il presupposto da cui parte Huhta è assolutamente chiaro ma impone una riflessione più approfondita sulla relazione tra atto/concetto e azione. Ogni nostra azione è guidata da una sovrastruttura – fatta della nostra personale cultura, educazione, senso, percezione, istinto, intuizione – che a sua volta guida la scelta e la direzione dell’occhio. In questo caso fotografare qualcuno o qualcosa dipende dal nostro personale sguardo su quel qualcosa o qualcuno. Il momento, l’emozione, il contesto, il ricordo, il passato, l’aspettativa. Mentre l’intelligenza artificiale legge quello che le è dato vedere in superficie, senza sovrastrutture o con le sovrastrutture della cultura dominante che l’ha programmata – ad esempio la categoria della “bellezza” viene riconosciuta dall’AI solo nelle fotografie che ritraggono un soggetto femminile e non un soggetto maschile (con tutta la disparità di genere che ciò si porta dietro). Allo stesso tempo, gli strumenti di lettura di immagini appaiono attualmente piuttosto limitati ma suscettibili di un futuribile e inarrestabile perfezionamento (si parla di strategia evoluzionistica anche per l’informatica).
Si toccano territori complessi. Non neutrali. Guardare, leggere e avere una visione. Anche nell’innovazione si dice che il fattore determinante consista nella capacità di prevedere, di vedere oltre, di vedere prima, di anticipare attraverso una visione. Il che presuppone qualcosa che non sia una semplice “lettura” (dei dati, del contenuto, del contesto) ma che guardi e riconosca il nuovo, inteso come soluzione inesplorata, come prospettiva non percepita prima. 

“La mente intuitiva è un dono sacro e la mente razionale è un fedele servo. Noi abbiamo creato una società che onora il servo e ha dimenticato il dono”. Lo diceva Albert Einstein, quasi un secolo fa, che sembra un secolo, che siamo nell’altro secolo. 

Eppure pare di portare negli occhi, oggi, un nuovo Medioevo. Sembra, eppure. Eppure dal Medioevo è nata l’Europa. Il 2020, il 2021, scorreranno nella Storia. Poi si andrà avanti, perché Darwin non mentiva, mentre al Mondo Nuovo di Huxley occorrerà dare un reset. 

“Sono nato a nuova vita ogni volta che una mia sovrastruttura mentale fatta di pregiudizi, di insegnamenti obsoleti e di credenze accettate acriticamente si è spezzata e io ne sono uscito come liberato da una prigione. Sono nato a nuova vita ogni volta che, osservando il mondo da insospettati punti di vista, la mia mente si è allargata a nuove comprensioni. Sono nato a nuove vite quando ho smesso di razionalizzare, ho ascoltato la mia intuizione e mi sono aperto al mistero”. Lo scrive Federico Faggin nel suo bel libro Silicio. Dall’invenzione del microprocessore alla nuova scienza della consapevolezza. Una autobiografia, edita da Mondadori, in cui Faggin – lo Steve Jobs italiano, nato a Vicenza e trasferitosi nella Silicon Valley – racconta delle sue esperienze, con le sue invenzioni, dal microprocessore al touchscreen. Federico Faggin per un oltre trent’anni ha studiato le reti neurali con l’intento di realizzare un computer dotato di coscienza, cercando di coniugare segnali elettrici e segnali biochimici. E giungendo ad una conclusione: la coscienza è un’esperienza irriducibile della natura umana.

Allora, quello su cui si pone degli interrogativi un giovane artista finlandese, classe 1985, appare un sentiero speculativo estremamente interessante. Le foto di un archivio intimo possono essere assimilate come parte integrante del suo “algoritmo genetico personale”. Spesso si dice che una fotografia rivela qualcosa del soggetto di cui il soggetto stesso non è consapevole. Potrebbero sfuggirci dettagli, potremmo essere troppo condizionati nel dirigerci verso sentieri che si portano dietro ancestrali condizionamenti, comportamenti reiterati, compulsivi punti di vista. Forse dovremmo abbandonare la sfida di eleggerci onnipotenti. Forse dovremmo guardare alle macchine per scoprire il tempo. Un tempo esatto per risollevarci nel compito di ritornare Uomini.

In un futuro (per una volta più giovane ed ottimista) l’AI potrà darci uno sguardo?
Occhi relativi potranno distoglierci dalla decadenza del mondo?
Potremo aprirci al mistero e trovare nuovi accessi di redenzione, noi uomini con coscienza incorporata, mentre l’AI ci leggerà la superficie, sempre più?

Di una cosa possiamo essere certi. Sarebbe un bel dono, anche dopo Natale.

Intervista a Aapo Huhta

Per visitare la mostra clicca qui MAST Photography Grant on Industry and Work, a cura di Urs Stahel: 12 minuti che vale la pena dedicare al tour fra i 5 progetti finalisti del contest.

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