Sad by Design

Geert Lovink, fondatore e direttore dell’Institute of Network Cultures di Amsterdam, è uno tra i massimi studiosi della Rete. Nel suo ultimo libro, Nichilismo digitale. Un viaggio dentro l’architettura informatica (Bocconi editore) l’autore parla del lato oscuro riflesso nel digitale, visto sotto una lente lucida e disincantata rispetto alle conseguenti ripercussioni sociali. Teorico dei media e critico di internet, Geert Lovink è autore di numerose pubblicazioni tra cui: Uncanny Networks (2002), Dark Fiber (Sossella 2002), Internet non è il paradiso: reti sociali e critica della cibercultura (Apogeo 2003), Zero comments: teoria critica di internet (Bruno Mondadori 2007), Ossessioni collettive: critica dei social media (Egea Università Bocconi 2012), L’abisso dei social media, fino alla sua stratificata dissertazione sul nichilismo digitale, uscita pochi mesi prima che nelle nostre vite piombasse la piaga della pandemia. Ripubblichiamo l’intervista rilasciata da Lovink, esattamente un anno fa – in dicembre 2019 – come premessa alle considerazioni future (novembre 2020) incentrate sulla fatica e il senso di una nuova solitudine.

Che cosa intende per nichilismo digitale e perché è legato alle piattaforme?

«All’attuale stadio di sviluppo di internet abbiamo a che fare con infrastrutture e sistemi centralizzati che chiamiamo piattaforme e che sono completamente opposte alla precedente idea di architettura informatica. La piattaforma è infatti l’esatto contrario della rete, la quale è per definizione decentralizzata e distribuita. La piattaforma, invece, è centralizzata, corrisponde al vecchio stile di infrastruttura mediatica del secolo scorso. Una struttura che, per chi la gestisce, comporta vantaggi ed economie di scala: l’abbattimento dei costi e la possibilità di servire i tuoi clienti, allo stesso tempo, con pubblicità e sorveglianza. Ecco l’essenza di quello che l’accademica statunitense Soshana Zuboff chiama «capitalismo della sorveglianza» e che produce una situazione in cui molte persone si trovano in trappola. Internet, infatti, invece di essere uno strumento di potenziamento personale, attraverso le piattaforme costringe gli utenti a procedere lungo un sentiero tracciato. Da qui nasce la sensazione di annichilimento e le persone avvertono di essere senza via d’uscita, di non poter scappare. Alcune frasi comuni lo rivelano: non mi piace Facebook, ma devo esserci perché ci sono i miei amici. O non amo Twitter, ma il mio lavoro comporta che io partecipi alle conversazioni. Parliamo spesso di bolle, di camere dell’eco. Ma dobbiamo sottolineare un aspetto importante: si tratta di fenomeni che ci fanno sentire intrappolati e che sono tutti profondamente connessi all’architettura informatica, alle piattaforme».

Il titolo originale è «Sad by Design»: soffriamo di una tristezza progettata. Ma da chi, chi sono i designer?

«Sappiamo chi sono dal 2017, quando diverse persone hanno denunciato i meccanismi dei social media e delle piattaforme. Il 2016 è stato, infatti, un passaggio cruciale: l’anno della Brexit, di Trump, di Cambridge Analytica. Subito dopo abbiamo assistito a una consistente ascesa delle “talpe”, dei whistleblowers, di solito professionisti che lavoravano per Google, Facebook, Twitter, Amazon e che hanno denunciato tecniche e dettagli cruciali sul modo in cui la tristezza viene prefabbricata. Un esempio? Tristan Harris, prima etico del design di Google, oggi cofondatore del Center for Humane Technology. Queste persone hanno contribuito a sottolineare la rilevanza delle neuroscienze e del comportamentismo nella progettazione delle piattaforme e nelle tecniche usate per aumentare la dipendenza delle persone, ad esempio con il meccanismo dei like. La dipendenza non è un effetto collaterale, non è inevitabile. Si tratta di un fenomeno progettato, perfezionato, raffinato nel tempo. Tanto che mentre alcuni utenti lo notano, la maggior parte non ci fa caso. Basti pensare a come dal 2015 le persone hanno cominciato a spendere sempre più tempo sugli smartphone e sui social media».

Lei però suggerisce di non considerare la nostra dipendenza dalle piattaforme come una malattia.

«Non dobbiamo considerarci pazienti, rifiuto l’idea e non penso ci sia una soluzione medica al problema, che è essenzialmente sociale, culturale, politico. È un po’ come con il cambiamento climatico: ci riguarda tutti ed è legato a qualcosa di pervasivo, cioè all’architettura, alla parte più essenziale degli strumenti che usiamo ogni giorno. Ma possiamo cambiarli, possiamo cominciare a parlarne, a dotare le persone degli strumenti per organizzarsi e ricostruire una diversa versione di Internet. Se costruiamo sistemi decentralizzati completamente differenti da quelli attuali, non ci troveremo più immersi in questa enorme tristezza».

Nel libro lei definisce le critiche all’algoritmo brillanti, ma impotenti. Cosa dobbiamo fare, allora, per passare dallo stadio della critica delle piattaforme al cambiamento sociale?

«Prima di tutto dobbiamo capire che cosa è l’algoritmo, abbiamo bisogno di alfabetizzazione tecnica nelle scuole, nelle Università e dobbiamo contrastare la perdita diffusa di abilità tecniche tra la gente. Pensavamo che lo smartphone migliorasse le competenze digitali, invece non ci offre alcuna capacità tecnica in più. Poi potremmo decidere di smantellare l’architettura delle piattaforme e di smontare i data center. Perché proprio i data center sono i nuovi palazzi del potere e bisogna prenderli d’assalto se vogliamo un sistema democratico decentralizzato. Dobbiamo inoltre costruire un’alternativa, e farlo qui, in Europa. A Bruxelles ci sono discussioni in atto, ma riguardano essenzialmente questioni giuridiche legate alla protezione del copyright e della privacy, come nel caso del Gdpr — Regolamento europeo sulla protezione dei dati. Dobbiamo andare più a fondo e progettare un’altra idea di relazioni sociali nell’epoca del digitale. Il modello economico di riferimento potrebbe essere quello dell’acqua, dell’energia, dell’elettricità, pensando alla costituzione di infrastrutture e aziende pubbliche. Ecco che cosa significherebbe considerare davvero internet come un bene comune, un common: qualcosa non solo condiviso da tutti, ma pubblico».
Federica Colonna, 3 dicembre 2019, La Lettura del Corriere della Sera.

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