Il Bias Vita

“Credo che [il lavoro critico] comporti sempre il lavoro sui nostri limiti, vale a dire un travaglio paziente che dà forma all’impazienza della libertà”. M. Foucault, What is Enlightenment?, DE, II, p. 1397

Se dovessimo definire questo momento – storico, politico, etico, personale, collettivo – non si potrebbe immaginare affermazione più pertinente.
Limiti, travaglio, impazienza, libertà.
La biopolitica teorizzata da Focault, la politica della vita dunque, si scontra con l’etica della vita. Siamo convinti assertori del valore della vita in astratto – e della nostra, personale – senza essere sensibili alle vite al plurale. Una contraddizione tra Assoluto e Particolare, tra la sacralità della vita come topos nella sua accezione teorica e il relativismo rispetto alla declinazione collettiva. Per estremizzare, vale di più la vita di un europeo di quella di un africano, di un mediorientale, di un cinese? La risposta appare quasi retorica, se si applica il principio di realtà. In un divario che oscilla tra valore morale e valore economico, come si pongono la politica e le scienze umane? Ne “Le vite ineguali. Quanto vale un essere umano” (Feltrinelli) l’antropologo e sociologo Didier Fassin ci ha restituito un saggio – uscito alla fine del 2019 – in cui si analizza il tema scottante, mai come oggi, della disuguaglianza delle vite. Può la vita essere concepita nella sua duplice dimensione del vivente e del vissuto, della materia e dell’esperienza? A questa domanda la filosofia e, più recentemente, le scienze sociali hanno offerto ogni tipo di risposta, ora favorendo la dimensione biologica ora quella biografica. Ma è possibile conciliare e pensare insieme la lettura naturalista e quella umanista? Attraverso i risultati di una ricerca condotta in tre continenti, Didier Fassin analizza e articola tra di loro tre concetti: forme di vita, etiche della vita e politiche della vita. La scommessa è uscire dall’astrazione per tentare una verifica empirica e rivelare qualcosa di concreto, capace di interrogare le società contemporanee. Dalla condizione dei nomadi forzati – che li si chiami rifugiati, migranti, richiedenti asilo o stranieri irregolari – al calcolo delle indennità per gli incidenti, che convertono la vita nel suo valore monetario, Fassin getta luce sulle modalità allarmanti che regolano il trattamento degli esseri umani e dimostra che non tutte le vite hanno lo stesso valore. Una volta assemblati i tasselli di questa composizione antropologica, come in un puzzle, appare un’immagine: quella inquietante delle vite ineguali. “Considerare la vita nella prospettiva della disuguaglianza offre allora una nuova intelligibilità del mondo sociale, ma anche nuove possibilità d’intervento. Permette infatti di passare dall’espressione di compassione al riconoscimento dell’ingiustizia.”

STOP. Riavvolgiamo il nastro. Purtroppo, a rincarare la dose sulle disuguaglianze del valore delle vite, si è messa di traverso la più grande emergenza  sanitaria di questa storia. Il che sta imponendo, più o meno esplicitamente, classifiche e scelte da parte della politica, e – ancora più atrocemente – ci sta mettendo a diretto contatto gli errori, le variabili, le costanti (tasso di anziani, tenute dei sistemi sanitari) della nostra opulenta società occidentale, intercettati anche dalla comunità scientifica. 
E si torna a Focault. Limiti, travaglio, impazienza, libertà.
Siamo diventati iperportatori sani di Bias, se possibile ancora più ancorati ad una dimensione egoriferita della variabile vita.
Oggi, fine dicembre 2020, non si dice vale di più la vita di un europeo di quella di un africano, di un mediorientale, di un cinese: questo è un dato assodato.
Oggi, si rivendica la propria vita a discapito di chiunque altro. 
Oggi “la mia vita “vale più di quella del vicino di casa o del nonnino di altri condomini. Nella lotta alla sopravvivenza, poi, si aggiungono altri Bias. Quelli economici- politici. Perché “Homo homini lupus”. E quanto sei attuale Thomas Hobbes. 

 Il sociologo politico Ivan Krastev, bulgaro di nascita, a proposito della “fine della Storia” postulata da Francis Fukuyama dopo il 1989, parla dell’era dell’imitazione. La Storia contemporanea vede la società umana che si limita a imitare un certo modello, eminentemente capitalista, e la vita consiste nel trasferirsi all’interno di quel preciso modello. In questo scenario cambia anche la nozione di futuro: l’avvenire diviene una questione di spazio e non di tempo; varcare le frontiere per inserirsi in una realtà socioeconomica e abitarne i modelli, è per Krastev l’indice della nuova rivoluzione del XXI secolo. Una rivoluzione individuale, prima che collettiva, nel cui segno va letto anche il fenomeno delle migrazioni. Con il digitale, poi, assistiamo ad un allargamento totale dei confini che rappresentano le nuove forme di desiderio e da cui scaturisce la versione contemporanea del concetto di felicità.

Allora parliamo di questi confini dilatati. Parliamo dell’ubiquità potenziale vs la singolarità perimetrata nel recinto compulsivo della nostra identità. Forse appare lecito interrogarsi, anche sullo scenario futuro dei bias, su quanto peserà l’attuale condizione esistenziale, sociale, economica in relazione alle AI.
Se abitiamo preconcetti, se li stiamo modificando, amplificando, stratificando a nostra immagine e somiglianza, riusciremo anche nel perfezionare l’upgrade dell’altro-da- me sintetico, ad essere imparziali? 
Se occhi relativi potranno darci uno sguardo domani, saranno occhi caricati a felicità di zona o no?
Oppure rimarremo imprigionati in un simulacro di collettività, molto più simile alla nostra impazienza che ai prodigi neutrali della Scienza&dellaTecnica? 

Ai cortocircuiti, pare, l’ardua sentenza.

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